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KUNDELA
La
pratica del Kundela è propria degli Aborigeni australiani; essa è ancora oggi
in uso nei loro riti che sembrano appartenere ad una sfera di pensiero che va
oltre la nostra.
Si
tratta di uno dei metodi più micidiali di condanna a morte usato dalle
popolazioni tribali, forse meglio conosciuto come “Puntamento dell’Osso”;
la pena viene applicata quando un membro della tribù infrange qualche tabù o
qualche legge ed in seguito a questa sua infrazione si rifiuta di sottomettersi
al giudizio del Consiglio della tribù.
Non
esiste contatto fisico con la vittima, eppure il suo destino è
irrimediabilmente segnato; tutto questo potrà sembrare strano a noi
occidentali, ma esistono a sostegno molti fatti documentati e reali.
Lo
stregone del villaggio, il Mulunguwa, prepara l’osso caricandolo; il Kundela
può indifferentemente essere un osso umano, oppure di canguro, o anche di un
feticcio di legno, la sua forma, infatti, varia da tribù a tribù.
In
genere è lungo dai 15 ai 25 centimetri e viene levigato ed appuntito ad una
estremità, mentre all’altra viene legata una treccia di capelli fatta passare
attraverso un foro praticato nell’osso oppure attaccata per mezzo di una
speciale resina.
La
carica della quale parlavamo prima è in realtà l’energia psichica dello
stregone, ottenuta dopo che quest’ultimo ha portato a termine un lungo e
complesso rituale nel più assoluto segreto.
Una
volta caricato l’osso, viene affidato ai Kurdaitcha, coloro che si occupano di
eseguire le condanne decretate dal Consiglio della tribù; il loro compito è
trovare il condannato, ovunque egli si sia rifugiato, arrivare ad una distanza
di circa 5 metri dalla vittima e puntargli contro l’osso caricato dallo
stregone; a questo punto quell’uomo viene considerato già morto, ed anche se
potrà resistere giorni o addirittura settimane, il suo destino sarà ormai
segnato ed irreversibile.
Questi
racconti potrebbero sembrare frutto di fantasie o di semplici rituali che mimano
qualcosa di impossibile, eppure esiste una ricca documentazione di persone
colpite ed in seguito morte a causa dei Kundela.
Il
caso più eclatante è quello verificatosi nel 1953 e che ebbe numerosi
testimoni, oltre all’intero reparto di un ospedale.
Un
aborigeno di nome Kinjika venne portato presso l’ospedale di Darwin in
gravissime condizioni; sottoposto a tutti gli accertamenti clinici ed a tutte le
analisi cliniche possibili, risultò perfettamente sano, senza alcun tipo di
malattia ed in perfetta salute, malgrado ciò stava morendo.
L’uomo
raccontò di appartenere alla tribù dei Mailli e di aver infranto un tabù
molto rigoroso presso la sua gente che riguardava i rapporti incestuosi;
essendosi rifiutato di sottomettersi al Consiglio era stato condannato a morte
e, malgrado la sua fuga, raggiunto dai Kurdaitcha che gli avevano puntato
addosso il Kundela.
I
medici sorrisero scettici, ma non riuscirono comunque a spiegarsi lo stato nel
quale versava l’uomo che andò peggiorando giorno dopo giorno; l’aborigeno
sopravvisse quattro giorni tra immense sofferenze, poi morì senza che nessuno
riuscisse a far qualcosa per lui.
Altri
casi famosi sono quello divulgato dallo studioso P.S. Clarke e da lui stesso
documentato, e quello dell’aborigeno Alan Webb della tribù degli Arunta, che
sopravvisse addirittura per sette anni soffrendo atrocemente senza che mai
nessun medico riuscisse a trovargli alcun sintomo di malattie conosciute.
L’unica
spiegazione data dai ricercatori è di natura fisiologica e si basa su un forte
stato di paura e di stress da parte della vittima che porterebbero nel tempo ad
una drastica riduzione del flusso sanguigno generale e quindi della pressione
sanguigna, fino al collasso finale.
Questa spiegazione, pur se perfettamente razionale, non dissipa l’alone di mistero che ancora circonda la pratica dei Kundela.