FASI DEL PROCESSO ALCHEMICO

 

 

 

L'alchimia nasce in epoca ellenistica per l'innesto del pensiero greco su alcuni elementi della religiosità egiziana; lo stesso nome "alchimia" trae origine da un attributo di Iside "la nera" (kemia, in egiziano). In effetti l'opera alchemica ripete, nei suoi significati, il ciclo di Osiride così come tramandatoci da Plutarco.

Il senso di questo ciclo è un ciclo di morte-rinascita tipico dei culti agrari originatisi nel neolitico, presenti ovunque nel Mediterraneo e rimasti alla base dei cicli misterici ed iniziatici noti in epoca storica; esso consiste in un lavoro di ampliamento della coscienza; in alchimia ciò avviene attraverso una discesa (descensus) nel buio della materia informe, seguita da una successiva ascesa (ascensus, sublimatio) che libera la "Anima del Mondo" ("anima mundi", identificabile con "imago Dei","vinum ardens", "spiritus mercurialis", "quintessenza", ecc.).

Il senso originario dei cicli iniziatici consisteva nel superamento del timore della morte attraverso la partecipazione alla ciclicità della natura, soprattutto del grano (ostensione della spiga in Eleusi) che rinasceva verdeggiante dopo la morte (il seme nel terreno). L'iniziato conseguiva così una superiore comprensione del reale. Le fasi del processo alchemico sono diverse a seconda degli autori, anche se i significati analogici restano gli stessi malgrado l'infinita varietà dei nomi. L'enorme nomenclatura è infatti da attribuirsi alla interiorizzazione della natura operata dagli alchimisti, che ha dato luogo a termini personalissimi e volutamente oscuri per alludere a fenomeni sostanzialmente sempre analoghi.

Il numero di queste fasi è legato ai significati magici dei numeri stessi; esse sono, a seconda degli autori, 4, 3, 7 o 12. Si può tuttavia riassumere il processo in 4 fasi, che furono successivamente ridotte a 3 in epoca cristiana per evidenti esigenze trinitarie.

Le 4 fasi dell'alchimia debbono la loro origine all'importanza della tetrade in tutto il pensiero sapienziale greco, e antico in generale (Roma era quadrata e rotonda) e presero il nome dai 4 colori fondamentali della pittura greca (nero, bianco, giallo, rosso). Esse furono parallelizzate ai 4 elementi, alle 4 stagioni, e alle 4 fasi del giorno, facilmente rintracciabili seguendo questo tabella:

 

Melanosi

(Nigredo)

(Opera al nero)

 

Terra

 

Inverno

 

Notte

Leucosi

(Albedo)

(Opera al bianco)

 

Acqua

 

Primavera

 

Aurora

Xantosi

(Citrinitas)

(Opera al giallo)

 

Aria

 

Estate

 

Giorno pieno

Iosi

(Rubedo)

(Opera al Rosso)

 

Fuoco

 

Autunno

 

Tramonto

 

Di queste fasi, la Xantosi non ha praticamente una propria autonomia, e scompare con l'affermarsi delle esigenze trinitarie; le tre restanti corrispondono, con analogia agraria, alla semina (inverno), alla germinazione (primavera), e alla raccolta (autunno).

Di seguito un breve cenno su questi paragoni e sui colori successivamente introdotti da alcuni autori nel processo alchemico ("cauda pavonis", cioè presenza dei 7 colori dell'Iride; "viriditas"; e , infine, il blu).

Essenziale al conseguimento dell'obbiettivo (lo "opus") è la morte iniziale e la successiva "putrefactio" simboleggiata dalla semina (il seme nella terra si macera) corrispondente alla "nigredo" e all'inverno. Perché il seme fruttifichi esso deve essere infatti sepolto nella terra per tutto l'inverno. Questo è il "regime di Saturno", la fase "al nero" che copre da sola la metà del ciclo, così come la notte copre la metà del ciclo solare giornaliero.

Al "regime di Saturno" segue il "regime di Giove", per questo motivo molti autori, dopo la "nigredo", inseriscono la fase detta "cauda pavonis", caratterizzata dai 7 colori dell'Iride. Iride è messaggera di pace inviata da Giove, e i 7 colori formano egualmente il bianco; altri autori fanno invece precedere la "rubedo" dalla "viriditas" (opera al verde).

L'analogia tra "albedo" e "viriditas" può essere così impostata. Il "lavaggio" ("baptisma")conduce dalla "nigredo" alla "albedo" corrispondente all'elemento acqua, alla "luna", alla "Regina" (la "rubedo" è il "Rex" della "unione degli opposti" o "nozze chimiche"). L'opera al bianco è fase animica e quindi non può essere il termine dell'opera; essa tuttavia è la fase fondamentale della resurrezione posta all'insegna dello "umido" e della primavera. In questo si vede la sua equivalenza con la "benedicta viriditas" (verde e rosso sono due colori del "leone", dello "zolfo", del "mercurio" che è duplice e androgino, dunque equivalente all'unione di "Rex" e "Regina", rosso e bianco). Il verde è il colore della vegetazione risorta, il colore della Resurrezione e dello Spirito Santo. Osiride rinato, che è vegetazione rinata a campo verdeggiante, è "bianco". "Horus è bianco, Osiride è nero" dice Plutarco; ma Horus è appunto Osiride rinato mentre il "nero" si riferisce ad Osiride smembrato.

Anche quando si usano analogie diverse il risultato non cambia: per Khunrath, ad esempio, al regime "verde" di Venere (simbolo di anima, amore, femminile, generazione) segue il color porpora (morte) da dove nascerà l'albero filosofico; poi l'Iride ("cauda pavonis"), e quindi il blu, regime di Marte. Il processo è uguale (anche se sotto diversa analogia) per Dorn: blu è il colore del Mercurio come quintessenza, mentre la "fontana della forza" è, per Dorn, il luogo ove si realizza lo "opus". Infatti, se nella "fontana dell'amore" si realizza l'unione di anima e spirito, solo nella "fontana della forza", spirito e anima si uniscono al corpo e si realizza quindi l'opus.

L'opera al giallo, o "xantosi", o "citrinitas", venne, omessa nel tempo, e non ha una sua propria fisionomia; essa è intesa come preludio al "rosso". Evola, che pure limita la trattazione ai tre colori, nel parallelizzare colori e stagioni accenna, senza darvi seguito, a "rossa" estate e "aureo" autunno; rosso e oro però (già sinonimi nell'antichità ellenistico-egiziana) vengono poi da Evola stesso fusi nella trattazione o identificati con la "iosi", fase finale. La quale è appunto quella del "rosso" autunno, nel quale si raccolgono i frutti  L'autunno è anche la stagione della vendemmia, e lo scopo dell'opera è il "vino rosso" o "dei filosofi" (Mercurio bianco e rosso è il vino bianco e rosso) o "ardente".

L'unione alchemica di bianco e rosso trova equivalenza nel pane e vino della Messa, intesi come "femmina" e "maschio", anima e spirito. Il pane, del resto, si fa col grano, la pianta protagonista del ciclo agrario che verdeggia a primavera e simboleggia lo "opus", il cui scopo primo è la rinascita, o "albedo", o "viriditas". Questa unione di bianco e rosso, o di verde e rosso, è la corretta analogia da ricordare al riguardo.

Nei popoli emergenti dal Neolitico, pane e vino erano intesi come simboli dell'evoluzione umana, visto che solo le società evolute erano in grado di produrne; allo stesso modo la metallurgia - capacità di manipolare i metalli - racchiudeva in sé i significati magici dell'alchimia, e manifestava la capacità dell'uomo di operare sulla natura, di "trasmutare".

Riassumendo, nell'opera alchemica, massimo simbolo del lavoro umano, "arte" per eccellenza, si hanno, indipendentemente dalle tante simbologie usate, tre fondamentali momenti "agrari":

1) Morte (nero, inverno, notte)

2) Rinascita (bianco o verde, primavera, aurora)

3) Raccolta dei frutti (rosso, autunno,tramonto)

L'opera è ciclica, come ogni morte-rinascita e ogni ciclo agrario: il novembrino Scorpione annuncia un nuovo processo.

Il pensiero Alchemico però, non consiste soltanto in una serie di speculazioni più o meno cifrate, l'Alchimia così concepita, intesa cioè come sistema di pensiero o "filosofia naturale", è una deformazione recente; in realtà l'alchimia comportava concrete operazioni sulla materia, ed è da sottolinearsi che, senza tali operazioni, l'alchimia stessa non sarebbe stata ipotizzabile.

Lo stesso Jung, che dell'alchimia ha dato una interpretazione storico-psicologica considerandola come espressione di una proiezione di contenuti psichici, ribadisce l'impossibilità del pensiero alchemico senza una materia sulla quale proiettare questi contenuti. Del resto l'alchimista occidentale intendeva percorrere un processo di "imitatio Christi" nella redenzione della materia, e in ciò proseguiva l'antica finalità alchemica di ripetere la cosmogonia come imitazione del divino a fini umani, cioè come sua umanizzazione e razionalizzazione (che è poi il fine del pensiero magico, tradotto oggi nella tecnologia).

Il mondo è ancora tutto da comprendere e da costruire, operazioni che l'uomo può compiere soltanto nell'ambito delle proprie strutture mentali, assumendo, all'interno di esso, l'inesplorato sul quale esse si proiettano. Questo compito può sembrare grandioso, esso è in realtà umilmente nella sua quotidianità; gli alchimisti sapevano che la pietra filosofale non è che la più comune delle pietre, non visibile ai più, gettata via ma reperibile ovunque.